
Due tappe del viaggio di Paolo Rumiz “attraverso città morte, fabbriche dismesse, ferrovie e miniere abbandonate, relitti di terra e di mare” (La repubblica.it), quelle riguardanti l’isola-ossario di Sant’Ariano e l’isola di Sacca Sessola, hanno avuto su di me un forte effetto evocativo:
“Tra ruderi e sterpaglia… trovai archivi devastati e il busto agghiacciante di un nano appeso a un albero. Poi, in mezzo alla menta, al rosmarino e roseti selvatici, due pozzi del tardo medioevo. Intorno passavano fantasmi di naviganti, pescatori, soldati, monaci, appestati. Parevano cose vive di fronte al nulla dell’era globale.”
“Vento, silenzio, eco di passi nei corridoi. Fuori, il roteare di una poiana. Anche lì, alla vita vera di uno spazio legato al territorio si era sostituito il disegno asettico di un potere lontano e incommensurabile, un potere apolide che con decisioni prese altrove determinava nascite e abbandoni di isole e interi territori. Venezia con il troppo pieno di turisti era solo una finzione, la Fata Morgana di un mondo estinto. La verità era Sacca Sessola, l’albergo vuoto dal lindore farmaceutico e un po’ megalomane delle banche straniere, simbolo di un’Italia sotto tutela…”
“Poi il bragozzo puntò a Nord con vento leggero di Bora, oltre il forte di Sant’Andrea e gli orti di Sant’Erasmo, verso il campanile storto di burano. Fuoribordo l’acqua era verde come di fiume, il paesaggio diventava solitario, il traffico più rado. … I cormorani stavano appostati sulle gengive erose della barena e il nostro arrivo spaventò germani reali. Un coniglio filò via come una palla di fucile. Poco lontano, a Tessera, gli aerei sbarcavano e imbarcavano moltitudini, ma la Cura era un eremitaggio perfetto e la vicinanza della morte non ci intimidiva: Mi prese un’improvvisa voglia di essere dimenticato, di diventare sabbia, mare, ossa. Ero al centro dell’emulsione più segreta della Laguna.
Immensa e lontana oltre i canneti, passò verso il mare aperto una meganave da crociera, e pensai che era mille volte meglio morire alla Cura che in mezzo alle migliaia di ospiti di quel penitenziario di lusso. Camminai tra canneti e tamerici in un terreno cosparso di bossoli, fino a una casa di cui era rimasto solo il caminetto e il comignolo…”
L’effetto evocativo di queste parole sui vissuti densi di chi ha vissuto per quasi quarant’anni tra i fulgori e i declini della laguna e delle sue isole riguarda in particolare un’altra vicenda di trapasso: quella dell’isola di San Clemente, un tempo manicomio femminile e ora albergo di lusso per magnati (prevalentemente russi). Ebbene, nonostante la nuova destinazione d’uso, l’isola, alla fine degli anni Ottanta, attraversò un periodo di progressivo abbandono, la chiesa settecentesca venne depredata dei quadri e delle statue, l’antica biblioteca lasciata alla mercè degli intrusi, le cartelle cliniche dell’Ottocento buttate a terra nei cortili adiacenti.
Nonostante ora l’isola non sia abbandonata (ma il megalbergo naviga in cattive acque dal punto di vista finanziario), è stata pur sempre sottratta all’uso pubblico e, purtroppo, ha segnato l’inizio della svendita a prezzi stracciati di una gran parte del patrimonio pubblico della laguna e di Venezia.


