Viaggiatori che scrivono

Il taccuino di viaggio come possibilità di esplorazione, nel mondo, nella mente dell'autore e nella nostra

Ho aspettato a lungo prima di scrivere di questo romanzo (Non tutti i bastardi sono di Vienna  di Andrea Molesini – Sellerio), anche perché il fatto che abbia vinto un famoso premio letterario (Campiello 2011) mi rende diffidente: devo dire che, dopo aver a lungo procrastinato sia la lettura che la valutazione, si tratta di un’opera onesta, un buon lavoro di ricostruzione di un microcosmo, fatto di violenza, di passioni, di difesa familiare e di classe su cui si riverberano gli antagonismi tra le nazioni e gli ideali patriottici… uno stile diretto, un conversare simile a quello che potremmo immaginare nelle nostre famiglie nei primi decenni del Novecento, qualche brano di riflessioni acute e illuminanti, l’attenzione sempre viva alla percezione sensoriale, la barra del timone del racconto sempre ben condotta…

C’è una giunta comunale apparentemente di centro-sinistra, ma il sacco della città, la svendita del suo patrimonio monumentale, del suo ambiente lagunare, della sua immediata terraferma, avanza come un treno ad alta velocità. Palazzi in Canal Grande ceduti a Prada e Benetton, il restauro delle vere da pozzo, delle fontane, dei “ninzioleti”, perfino del Ponte dell’Accademia, affidato alle campagne pubblicitarie di aziende o gruppi economici. Perfino il Palazzo Ducale affittato per feste private. Il vecchio Ospedale Al Mare con l’ampia zona verde della Favorita, venduto ad un ex-assessore di una Giunta “rossa” (sic!) il quale cementificherà fino all’inverosimile costruendo anche una darsena gigantesca sull’ultimo tratto di Lido rimasto inalterato con dune e vegetazione spontanea.L’antica pineta accanto al Casinò distrutta per costruire un mega-palazzo del cinema che non verrà neppure costruito. In Terraferma il Quadrante di Tessera porterà alla cementificazione dell’ultimo scampolo di campagna rimasto alle porte di Mestre…

Nonostante tutto la cementificazione del territorio è inarrestabile: nel Veneto ad esempio, dove un anno fa c’è stata una catastrofe ambientale, c’è ancora un consistente “partito” del cemento e della speculazione immobiliare che propone un’enorme area commerciale, “Veneto-City”, che avrebbe come risultato di cementificare (e impermeabilizzare) una vasta porzione di territorio agricolo, una delle pochissime rimaste. Ma quasi nessuno dice che le amministrazioni comunali fanno cassa concedendo permessi di costruire ovunque gruppi privati abbastanza grossi propongano i loro progetti, anche in deroga a qualunque piano regolatore; il che, tra l’altro, consente anche, in un gran numero di casi, di legare la concessione edilizia a un certo giro di studi professionali di progettazione: in tal modo la parcella al professionista contiene al suo interno una dazione o “tangente” occulta. Intorno al processo di distruzione ambientale si organizza così una rete di interessi in parte leciti e in grandissima parte illeciti che esercita una pressione abnorme sulle scelte amministrative e distorce le procedure. Poi costoro, quando succedono le alluvioni e le catastrofi, si dolgono mentendo spudoratamente, parlano di eventi meteorologici eccezionali, arrivano a proporre assicurazioni obbligatorie contro le calamità naturali… alcuni sindaci dello Spezzino e Massa-Carrara e anche l’impresentabile ministro Matteoli sono stati, durante la loro visita ai luoghi del disastro, presi a palle di fango… secondo me, alcuni o molti di loro dovrebbero, come pena del contrappasso, essere messi a spalare melma con le mani…

Bassano tramonto

15 Ottobre 2011. Prendo il treno in partenza da Mestre alle ore 9.11 e diretto a Bassano. Sono di fretta perché per un guasto all’auto ho deciso all’ultimo di prendere il treno. Come salgo cerco un W.C. ma sulla porta è scritto “guasto”. Chiedo al controllore il quale mi informa che sul treno non c’è nessun W.C. funzionante. Di fronte alle mie rimostranze sostiene che “in questi casi, per regolamento, si ha diritto di scendere alla stazione di Noale e di usare i servizi igienici della stazione. A Noale, insieme con qualche altro viaggiatore,  scendo accompagnato dal controllore il quale verifica che tutti i servizi della stazione sono chiusi “perché il sabato e la domenica sono chiusi”. Risaliamo e ci viene detto che avremo un ulteriore possibilità a Piombino Dese, ma in questa stazione i servizi si trovano all’estremo opposto dei binari e pertanto occorre scendere per il sottopassaggio, risalire e poi fare il percorso inverso al ritorno. Un viaggiatore con modesto handicap alla gamba ci rinuncia e continua a soffrire. Qualcun altro si arrangia cercando un cespuglio… Fino ad un certo punto coloro che “premevano” erano tutti uomini, ma dopo una sosta di oltre mezz’ora per guasto tecnico, un gruppetto di donne si alza di scatto e chiede a gran voce di scendere alla prossima fermata: infatti a Castel di Godego scendono, escono dalla stazione e si recano alla toilette di un bar dall’altro lato della strada. Questo è il “servizio” “pubblico” che Trenitalia riserva ai cittadini di questo stato, trasformandoli – loro malgrado – da persone civili e per lo più educate in gentaglia triviale dedita alla coprolalia: “bisogna vedar quell’omo quanta susta ghe resta ancora…”, “le done bisogna che le strensa le gambe…” e discorsi di questo genere. Che sia una metafora dei mala tempora?

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“Lo scandalo del Lido” è il titolo di un minuscolo pamphlet di Edoardo Salzano (Corte del Fontego Editore, 2011) che ricostruisce in maniera lineare la connection nefasta cultura/turismo delineatasi negli anni 80 e ora in piena attuazione.

“Una cultura… intesa come tema, od occasione, di grandi eventi che richiamassero cospicue quantità di visitatori avvalendosi delle elevate qualità e della universale rinomanza della città serenissima: anzi, sfruttandole a piene mani…

La vicenda in corso oggi al Lido di Venezia testimonia efficacemente come quel connubio, oltre a costituire un potnte agente della degradazione del paesaggio e della vivibilità, sia promosso e praticato da larghe intese tra le forze politiche degli <<opposti >> poli: espressione fattuale di un pensiero unico che domina ormai larghe porzioni dell’Italia.”

Gli appetiti (famelici) degli immobiliaristi per l’area vasta dell’ex-Ospedale Al Mare erano la vera ragione della progressiva dismissione di servizi e di reparti ospedalieri mentre l’obiettivo vero era la chiusura dell’Ospedale per anni negata da tutti i gestori della sanità pubblica e dagli amministratori comunali.

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Approvano norme draconiane e punitive per poi rimangiarsele ventiquattro ore dopo, sputano sentenze come allegre comari, frequentano faccendieri, malavitosi e potenziali ricattatori oltre che mignotte minorenni… ogni volta ci sembra che il degrado della vita civile non possa ulteriormente aggravarsi e invece… eccoli lì attaccati al loro scranno e ai loro privilegi vergognosi…

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Due tappe del viaggio di Paolo Rumiz “attraverso città morte, fabbriche dismesse, ferrovie e miniere abbandonate, relitti di terra e di mare” (La repubblica.it), quelle riguardanti l’isola-ossario di Sant’Ariano e l’isola di Sacca Sessola, hanno avuto su di me un forte effetto evocativo:

“Tra ruderi e sterpaglia… trovai archivi devastati e il busto agghiacciante di un nano appeso a un albero. Poi, in mezzo alla menta, al rosmarino e roseti selvatici, due pozzi del tardo medioevo. Intorno passavano fantasmi di naviganti, pescatori, soldati, monaci, appestati. Parevano cose vive di fronte al nulla dell’era globale.”

Vento, silenzio, eco di passi nei corridoi. Fuori, il roteare di una poiana. Anche lì, alla vita vera di uno spazio legato al territorio si era sostituito il disegno asettico di un potere lontano e incommensurabile, un potere apolide che con decisioni prese altrove determinava nascite e abbandoni di isole e interi territori. Venezia con il troppo pieno di turisti era solo una finzione, la Fata Morgana di un mondo estinto. La verità era Sacca Sessola, l’albergo vuoto dal lindore farmaceutico e un po’ megalomane delle banche straniere, simbolo di un’Italia sotto tutela…”

“Poi il bragozzo puntò a Nord con vento leggero di Bora, oltre il forte di Sant’Andrea e gli orti di Sant’Erasmo, verso il campanile storto di burano. Fuoribordo l’acqua era verde come di fiume, il paesaggio diventava solitario, il traffico più rado. … I cormorani stavano appostati sulle gengive erose della barena e il nostro arrivo spaventò germani reali. Un coniglio filò via come una palla di fucile. Poco lontano, a Tessera, gli aerei sbarcavano e imbarcavano moltitudini, ma la Cura era un eremitaggio perfetto e la vicinanza della morte non ci intimidiva: Mi prese un’improvvisa voglia di essere dimenticato, di diventare sabbia, mare, ossa. Ero al centro dell’emulsione più segreta della Laguna.

Immensa e lontana oltre i canneti, passò verso il mare aperto una meganave da crociera, e pensai che era mille volte meglio morire alla Cura che in mezzo alle migliaia di ospiti di quel penitenziario di lusso. Camminai tra canneti e tamerici in un terreno cosparso di bossoli, fino a una casa di cui era rimasto solo il caminetto e il comignolo…”

L’effetto evocativo di queste parole sui vissuti densi di chi ha vissuto per quasi quarant’anni tra i fulgori e i declini della laguna e delle sue isole riguarda in particolare un’altra vicenda di trapasso: quella dell’isola di San Clemente, un tempo manicomio femminile e ora albergo di lusso per magnati (prevalentemente russi). Ebbene, nonostante la nuova destinazione d’uso, l’isola, alla fine degli anni Ottanta, attraversò un periodo di progressivo abbandono, la chiesa settecentesca venne depredata dei quadri e delle statue, l’antica biblioteca lasciata alla mercè degli intrusi, le cartelle cliniche dell’Ottocento buttate a terra nei cortili adiacenti.

Nonostante ora l’isola non sia abbandonata (ma il megalbergo naviga in cattive acque dal punto di vista finanziario), è stata pur sempre sottratta all’uso pubblico e, purtroppo, ha segnato l’inizio della svendita a prezzi stracciati di una gran parte del patrimonio pubblico della laguna e di Venezia.

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Il Signore e la Signora

Ho appena appreso dal web che il nuovo sindaco di Milano Pisapia avrebbe dichiarato che è troppo tardi per cambiare il progetto dell’Expo…  vorrebbe dire che andranno cementificati 750.000 metri quadrati delle aree a nord di Milano, esattamente il contrario di quanto affermato in campagna elettorale… ritengo che questo fatto sia gravissimo e tale da mettere seriamente in discussione le attese legate al “vento di cambiamento” delle ultime elezioni. Vorrebbe dire che la tenaglia della speculazione immobiliare sui terreni agisce indifferentemente su una giunta o sull’altra. E l’Arch. Boeri, che sul progetto dell’Expo aveva messo la faccia, che fa? Abbozza?

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Una situazione economica impazzita, con un ministro del tesoro che pochi mesi fa si vantava, tronfio, “abbiamo messo in sicurezza i conti” e ora parla di Titanic, un presidente del consiglio pluriinquisito e sotto processo per diversi e gravissimi reati, una classe politica completamente squalificata, dedita ai propri intrallazzi fatti di piccole truffe,  maneggi, cordate di interessi malavitosi, incapace di ridurre neppure di 1 euro i costi della casta e di istituzioni elefantiasiche, un coro di “benpensanti” di destra e di sinistra che, di fronte a quello che viene definito a seconda della convenienza l’attacco speculativo della finanza oppure il responso del mercati, non sanno altro che ripetere come un mantra che bisogna ridurre o magari azzerare il debito pubblico, non importa niente a quali condizioni, a spese di chi, inseguendo il mito liberista della stabilità monetaria come fonte di tutte le variabili economiche ed esautorando quindi i cittadini da tutte le decisioni e le scelte di politica economica… altro che “tempesta perfetta”… qui si sta preparando un immane cataclisma. L’indignazione che cresce ogni giorno di più, se trova modo, come è accaduto in Ecuador o in Islanda, di coagularsi e di spiazzare gli attuali detentori del potere, potrebbe rappresentare una via di uscita dal tunnel…

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“Per questa sera m’ero ordinato il famoso canto dei gondolieri, i quali soglion cantare su certe loro melodie il Tasso e l’Ariosto. E’ infatti un divertimento che bisogna ordinarlo apposta, non essendo più abituale di suo come una volta, anzi appartenendo alle leggende mezzo scomparse de’ tempi passati. Quando fu chiaro di luna, montai in una gondola, e i cantatori, uno a prua e l’altro a poppa, intonarono la loro canzone e la cantavano alternandosi verso a verso…

Come questa sorta di melodia si sia venuta formando, non voglio qui indagare; basti ch’ella conviene a maraviglia per un uomo inoperoso che voglia cantilenar da sè qualcosa purchessia e nella cantilena introdurre poesie sapute a memoria.

Siede il cantore sulla spiaggia di un’isola, in riva a un canale, entro una barca, e con voce squillante – al popolo piace soprattutto la forza – fa risonare la sua canzone più lontano che può. Il canto si diffonde sul tranquillo specchio d’acqua. L’ode da lungi un altro che sa la melodia e vi risponde col verso che vien dopo; a ciò replica il primo, e così di seguito, talchè l’uno è quasi sempre l’eco dell’altro. Il canto suol durare intere notti, e li diverte senza stancarli. Quanto più essi son distanti fra loro, tanto più dilettevole può riuscir la canzone: e se chi l’ascolta si trova allora frammezzo ai due, egli è nel posto migliore per goderla.

Per farmelo sentire, i gondolieri scesero sulla riva della Giudecca, si separarono stando lungo il canale, e io camminavo su e giù fra i due, in modo volta a volta da allontanarmi da colui che cominciava a cantare e riavvicinarmi a quello che aveva cessato. Allora mi si dischiuse il senso di quel canto. La lontananza dà alla voce un accento particolarmente strano: si direbbe un lamento senza tristezza, e v’è dentro qualcosa d’incredibile e di commovente siono alle lacrime. Io volevo attribuirlo al mio stato d’animo; ma il vecchio ch’era meco disse:

- E’ singolare come quel canto intenerisce, e molto di più quanto più è ben cantato. -

Egli avrebbe voluto ch’io udissi le donne del Lido, specialmente quelle di Malamocco e Pellestrina, che pure cantano il Tasso su queste o simiglianti melodie.

- Codeste donne – egli soggiunse – hanno l’abitudine, quando i loro uomini sono in mare, alla pesca, di sedersi sulla spiaggia, e la sera con acuta voce mandan fuori queste cantilene, fintantochè anch’esse odono di lontano le voci de’ mariti, e s’intrattengono così fra di loro. -

Non è assai bello tutto ciò? Quantunque, si capisce, chi fosse lì vicino a sentire quella sorta di voci in lotta col fragore delle onde, poca gioia n’avrebbe. Ma vero ed umano diviene il significato di questo canto, e vivente si fa la melodia sopra le cui morte lettere ci eravamo tormentati il cervello. E’ il canto che un’anima solinga getta nella vasta lontananza, affinché un’altra egualmente temprata l’oda e vi risponda.”

W. GOETHE – Viaggio in Italialaguna nord